Se l’astensionismo è ormai la prima vera forza politica nel nostro paese, il fatto che i giovani non si fidino dei partiti tradizionali o che non partecipino al dibattito politico non dovrebbe stupire.
Ma sono i giovani che, storicamente, hanno dato slancio ai movimenti e alle proteste che hanno composto la narrazione delle rivendicazioni sociali e politiche.
Ma quindi cos’è cambiato?
Perché i giovani OGGI fanno fatica ad interessarsi alla politica?
La prima risposta che viene in mente è anagrafica: i giovani sono sempre meno e la politica tende ad ignorarne i bisogni preferendo concentrarsi sui pensionati o sulle persone già avviate nel mondo del lavoro e nello sviluppo familiare.
Questo è sicuramente un fattore chiave ma la mancanza di prospettive e di iniziative per i giovani è anche una condizione strutturale, un fenomeno diffuso in molti paesi sviluppati, a cui nessun partito politico, anche in altre nazioni, riesce a rispondere pienamente. La situazione italiana, particolarmente grave, è dovuta a decenni di riforme rimandate, complici partiti sempre più distanti negli obiettivi e nelle decisioni dalla realtà dei cittadini. Eppure questa crisi, in atto da anni, si sta traducendo in una ricerca dei giovani, più consapevoli della loro posizione e del loro valore per l’economia, di modi per farsi ascoltare e far conoscere le proprie battaglie.
Stessa cosa si potrebbe dire per la polarizzazione: per quanto il dibattito politico oggi sia sterile a caotico, fortemente influenzato e attaccato nel suo discorso democratico da fake news e i bias cognitivi dovuti ai social, non possiamo dire che in passato la situazione fosse più distesa. Pur tralasciando gli anni di Piombo la scena politica del passato era caratterizzata da forti blocchi ideologici ben delineati e molto distanti fra di loro che lasciavano poco spazio alla politica del compromesso.
Allora perché in quegli anni la partecipazione politica era così diffusa fra i giovani?
(Anche in questo caso l’erosione dell’interesse politico non sembra essere un fenomeno che riguarda solo i giovani, giusto per dare un’idea l’allora PCI negli anni 80 contava più di un milione e mezzo di iscritti mentre il PD nel 2016 contava poco meno di mezzo milioni di associati.)
Probabilmente per una coerenza di fondo all’interno delle fazioni politiche.
Attenzione ciò non significa che il passato fosse idilliaco anche perché è evidente che nessuno di quel periodo sia stato in grado di mantenere in buona salute il dibattito politico, ma sicuramente era presente una certa convinzione e posizione organica su molti temi e visioni che fuse insieme creavano una convinta identità, spinta dalla speranza del miglioramento delle proprie condizioni di vita.
Evidentemente questa spinta non era abbastanza forte o non è stata incanalata nella giusta maniera. Oggi i partiti non sono più di massa e l’individualismo pare regnare incontrastato.
Ed è questa probabilmente la causa principale della diserzione dei giovani dalla politica.
Non perché l’individualismo venga accettato di buon grado anzi, è rimasta una parola dalla connotazione negativa, trasversalmente criticato, sentito come un difetto che continua giustamente a preoccuparci, forse fino alla paranoia. Perché l’individualismo è una conseguenza, un punto di rottura dovuto alla mancanza (relativa o assoluta) di alternative.
È più difficile trovare spazi e momenti, e non solo a livello politico, che permettono la creazione del discorso pubblico anche fra persone appartenenti alle stesse filosofie di pensiero. Le echo chambers sono arrivate nella realtà ben prima che sui social e forse si sono addirittura già svuotate.
La mancanza di realtà collettive, dal quartiere alla categoria (la crisi dei sindacati riguarda anche il mondo “adulto”), nella nostra epoca nasce da una moltitudine di fattori culturali e storici ma concentrandoci sulla percezione politica da parte dei giovani possiamo individuare una particolare rapporto causa effetto: La convinzione della totale mancanza di influenza della politica nella vita reale e la conseguente rinuncia a coltivare una partecipazione attiva.
Una concezione difficile da scardinare anche con esperienze positive alle spalle.
Se l’affluenza alle politiche del 2022 era pari a circa il 64% nelle elezioni regionali lombarde del 2023 il dato scende sensibilmente al 40%. A prova del fatto che là dove non si vede un’utilità politica non si va a votare (per necessità probabilmente ridotta a: vado ad evitare il meno peggio). Ed è curioso come l’identikit dell’astenuto sia fissato sulla fascia d’età (fonte youtrend) 34-55: chi è cresciuto negli anni della “Fine della storia” non sa più dialogare con la politica e nonostante questa fascia d’età sia quella su cui si concentrano le promesse elettorali, la politica non riesce a catalizzare il suo voto, dimostrando che la visione prettamente anagrafica non funziona e che forse i più giovani 18-33 non sono ancora disillusi e più attivi di quanto alla narrazione comune possa sembrare.
Anche perché c’è effettivamente qualcosa che riesce a incanalare il tempo e l’energia dei giovani in modo crescente e collettivo: Le proteste (un elemento importante da sottolineare perché l’insoddisfazione senza una struttura limita la possibilità di azione e di contrattazione) riguardanti la giustizia climatica.
Per questi argomenti l’ardore si riaccende, riuscendo a creare nuove bolle di socialità che infiammano l’attenzione anche di argomenti limitrofi: Stipendi, affitti e condizioni di lavoro.
Oltre all’importanza della lotta in sé questi movimenti riscuotono così successo perché propongono una posizione chiara e una serie di richieste, di cambiamenti, che vanno cercati e ottenuti nel tempo e su cui bisogna mantenere l’attenzione attraverso l’attivismo che spinge a formare reti sociali in modo da praticare quella che è la politica.
Avendo quindi concluso che al di fuori di verissimi ma costanti fattori strutturali la possibilità di accendere la partecipazione giovanile esiste ma allora perché non dilaga? Perché non assistiamo ad una fuga dall’individualismo?
Perché per fuggire dall’individualismo politico, concentriamoci su questa sua declinazione, è necessario fornire ad una persona un percorso in cui si possano strutturare tutti i dubbi e le idee che questa sviluppa nella vita, con particolare intensità quando è più giovane.
Non è necessario che il percorso sia prettamente legato alla politica di partito, basta che si arrivi ad avere chiara in mente un’identità collettiva, imparando quindi le necessarie mediazioni per costruirla, e contemporaneamente sapere quali sono le altre in gioco per comprendere come si sta muovendo il dibattito e quindi il futuro.
Se questo non accade anche con le migliori intenzioni si finirà per ricadere nell’individualismo perché impossibile sfidare da soli/e tutto il resto del dibattito e dei contrasti della società. Non lo si poteva fare prima e non lo si può fare a maggior ragione oggi dato che i social creano una massa indistinta che parla incessamente e che rende qualsiasi argomento interpretabile e relativistico se non lo si è affrontato prima a livello personale.
Il primo passo per invertire la rotta potrebbe essere quello di smettere di proiettare l’astensionismo come realtà irreversibile e dare più spazio ai giovani all’impegno dei giovani e denunciare, prendere le distanze, da chi rallenta o ostacola questo processo.
Perché in realtà i giovani sono più interessati alla politica rispetto alle altre fasce d’età, un fenomeno in aumento secondo la Commissione Europea che vede la gioventù rimanere distaccata dalle dinamiche dei partiti (che in tutta europa registrano cali nelle iscrizioni) ma aumentando la sua adesione ad associazioni politiche informali, volte al miglioramento della realtà locale o impegnate nella lotta per i diritti.
Arriviamo dunque ad un paradosso che rappresenta lo stallo in cui ci troviamo: i giovani sono interessati alla politica ma al tempo stesso sono i più distanti dalle dinamiche della politica nazionale e regionale, non vanno a votare, sono resi indifferenti dalla complessità del sistema politico ma sono i più abili a dar forma alla loro frustrazione.
I giovani si sentono più europei e democratici di chiunque altro e la sopravvivenza di questa convinzione sarà fondamentale per il rinnovamento della nostra società.
A cura di: AtTempto
European Commission, Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Paolini, G., Motiejūnaitė, A., Horváth, A., Situation of young people in the European Union : Commission staff working document, Publications Office, 2018, https://data.europa.eu/doi/10.2766/370313
