Ipertrofia della funzionalità: l’imperativo pratico della tecnologia

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Hi reader,

con questo articolo continuiamo il discorso sulle relazioni digitali iniziato con l’imperativo sociale che ci viene imposto da un utilizzo sempre più invadente delle Information and Communication Technologies (ICTs), facendo il punto su quanto sia sempre più impossibile fare a meno degli strumenti digitali.

L’avvento dei social ha riportato la comunicazione scritta e visiva al centro della vita sociale di ogni persona ma sta sempre più limitando la capacità di relazione fisica e verbale. Ormai la costruzione dei rapporti sociali non passa più attraverso ciò che si vive realmente, bensì si basa su ciò che vogliamo far vedere e sulla rappresentazione di ciò che vorremmo essere. È quindi fuori discussione che la sfumatura sociale di questa evoluzione sia molto influente, ma il problema non si ferma lì: anche la crescente funzionalità degli strumenti digitali contribuisce alla nostra dipendenza da essi, stavolta in senso pratico più che sociale, portando le ICTs a pervadere ogni aspetto della nostra vita quotidiana e impedendoci di condurre attività basilari come lavoro, educazione e transazioni senza di esse.

È probabile che tu abbia sentito parlare, in ambito medico-sportivo, dell’ipertrofia funzionale, ovvero la condizione per cui siamo soggetti ad un aumento del volume muscolare correlato al miglioramento di specifiche azioni e funzioni. Possiamo quindi provare ad immaginare le ICTs come un muscolo sociale del nostro mondo che, se allenato propriamente, migliora le funzionalità e così l’intero sistema di comunicazione e interdipendenza tra gli utenti. L’ipertrofia sta nel fatto che lo sviluppo tecnologico mira ad ampliare il panorama di possibilità proposte da un determinato device, non puntando ad un aumento incondizionato del numero di dispositivi, bensì alla creazione di sistemi sempre più totalizzanti. Infatti, nessuno di noi si troverà mai ad utilizzare tutti i dispositivi che negli anni ha acquistato, ma solo l’ultimo modello che è sempre più performante di quello appena sostituito.

E questa crescente performance dei strumenti elettronici, con funzionalità sempre nuove o sempre più avanzate, ha come fine ultimo quello di rendere l’esperienza dell’utente sempre più fluida e accattivante ma anche di assorbire gradualmente ogni attività individuale e collettiva all’interno di un network digitale. Un esempio lampante in tal senso ci è dato dal Covid, che ha portato anche campi finora molto resistenti a queste pressioni, come scuola, lavoro e sanità, ad essere digitalizzati e implementati su piattaforme online. E se da un lato la DAD e lo smart working ci hanno mostrato quanto una larga fetta della popolazione non sia al passo con lo sviluppo tecnologico, dall’altro possiamo constatare quanto effettivamente dipendiamo dalle ICTs, ora più che mai. Non è soltanto una questione sociale, per cui senza gli strumenti digitali non avremmo potuto mantenere relazioni durante il periodo di isolamento, ma anche pratica, perché senza DAD avremmo perso mesi di scuola e senza telelavoro l’economia sarebbe finita in una crisi ben peggiore di quella già sperimentata a causa dei lockdown.

È innegabile, dunque, che la nostra tecnologia abbia imposto un imperativo pratico sulla nostra società. Siamo ormai protagonisti di una quarta rivoluzione, caratterizzata da una dipendenza sempre più forte dagli strumenti digitali, senza i quali ormai la nostra azione sarebbe impossibile. E questo imperativo pratico si fa sentire anche nella Silicon Valley, dove le grandi aziende del settore sono obbligate da un meccanismo da loro stesse creato a portare innovazione e sviluppo continui, per non venire superate da una concorrenza spietata pronta ad offrire sempre nuove funzionalità ad un pubblico dipendente da esse. Non stupisce quindi che Facebook si re-brandizzi e punti sul “nuovo Internet”, il metaverso, che porterà ad un nuovo livello l’integrazione di funzionalità in un sistema totalizzante e immersivo. Un nuovo mondo di contenuti sempre più coinvolgenti e di esperienza personalizzata ad un livello mai visto prima (anche grazie ad un profiling degli utenti molto più invasivo), un bacino di raccolta di molteplici funzionalità che andranno inevitabilmente ad alimentare l’ipertrofia del rapporto col digitale.

In questa nuova dimensione sociale ci troveremo davanti ad una rappresentazione sempre più verosimile della realtà che viviamo tutti i giorni, grazie ai dispositivi sensoriali che renderanno molto più fedelmente una realtà virtuale tridimensionale e permetteranno di potenziare l’immersività dell’universo digitale. Inoltre, un metaverso in cui l’unico limite è l’immaginazione (e la propria capacità di accesso alla piattaforma) amplierà moltissimo i confini entro i quali gli utenti potranno operare, dando la possibilità di “costruire” la propria casa a piacimento oppure ricreare il proprio luogo di lavoro, che potrà essere usato da tutti i dipendenti per seguire riunioni o lavorare in remoto. Ed essendo un prodotto figlio dei social, sarà naturalmente facilitata l’interazione, garantendo agli avatar digitali di condividere spazi comuni e partecipare ad eventi esclusivamente destinati al pubblico del metaverso.

L’utente potrà quindi costruirsi il mondo che vuole, la vita che vuole, la socialità che vuole, ma proprio questa corsa alla realizzazione di desideri andrà a distrarci dalla realtà dei fatti, rendendoci sempre più incapaci ad esprimerci nel reale poiché sapremo che, nel digitale, potremo tranquillamente essere la versione migliore di noi. Una tale scorciatoia fra noi e i nostri desideri porterà ad un allontanamento dalle persone che abitano nella normale e sempre più noiosa quotidianità. E in questo il metaverso sarà solo l’ultimo passo di un processo autocatalitico, che ci porta a dipendere sempre più dall’ipertrofia della funzionalità dei device mentre i nostri muscoli sociali e funzionali si atrofizzano sempre di più. Più ci abituiamo alla tecnologia, più iniziamo a dipendere da essa come individui e come società, e poiché il prodotto tecnologico diventa un catalizzatore dell’intero sistema, ogni dispositivo dipenderà da quello precedente e sarà sempre più impossibile farne a meno. Inoltre, le nuove tecnologie si fondano su un effetto network: più persone entrano in un sistema, più questo sistema si modificherà per accomodare esigenze diverse e contenere funzionalità più ampie, per convincere più utenti ad entrare e al contempo fidelizzare quelli già presenti, con il solo effetto di rendere la piattaforma sempre più indispensabile per interazioni e transazioni. Con il metaverso, infatti, si amplieranno le possibilità ma anche il divario digitale, perché gli esclusi dagli strumenti tecnologici si troveranno ancora più isolati dalla società e alienati dai processi produttivi ormai spostati nel mondo virtuale.

Quindi, quelli di noi che ci saranno dentro potrebbero vedere la dipendenza da social che già preoccupa la nostra società raggiungere nuovi livelli, mentre chi rimarrà fuori potrebbe rimanere ancora più escluso. Ma dobbiamo considerare che l’adesione di massa al metaverso è probabilmente un processo inevitabile, e abbandonare l’idea in toto non sarà possibile. La sfida è dunque quella di farsi trovare pronti a quando questo momento arriverà: sarà importante investire sull’uguaglianza come sull’alfabetizzazione digitale (argomento delicato che dovrebbe essere affrontato sin dalla giovane età in modo da educare utenti informati), per fare in modo che tutti possano fruire della nuova tecnologia consapevolmente. E sarà essenziale delimitare legalmente questo nuovo spazio che porterà ad un nuovo livello anche i problemi di privacy, gestione dei big data, profiling e simili, con linee guida internazionali che limitino la libertà delle aziende che gestiranno e opereranno sulla piattaforma. 

La novità tecnologica possiede sempre un elemento di paura dell’ignoto da parte dei consumatori, che non essendo a conoscenza delle nuove funzionalità non sanno se esserne attratti o impauriti. Questa paura può venire arginata se le nuove funzionalità sapranno essere trasparenti, etiche e accessibili. Solo così gli utenti potranno adeguarsi efficacemente al cambiamento e comprendere che la priorità deve essere il benessere, non la funzionalità. L’imperativo pratico degli strumenti digitali è ormai una realtà, ma ciò non significa che debba mirare all’elevazione di pochi al passo coi tempi, aumentando le disuguaglianze e avendo un effetto complessivamente peggiorativo sulla nostra società. Bisogna guardare all’uomo come fine e non mezzo, impostando strategie di sviluppo volte all’ottimizzazione delle capacità umane e abbandonando l’idea che l’uomo sia un puro e semplice fruitore del digitale. Serve quindi rimettere l’uomo e i suoi bisogni primari al centro della questione, cercando di arricchire questi spazi digitali con stimoli utili al miglioramento personale. È una grande sfida ed è logico che un normale utente, da solo, non potrà fare molto: gli Stati, i sistemi sovranazionali e le grandi aziende dovranno affiancare i consumatori in questa nuova sfida educativa, perché le potenzialità sono enormi, le possibilità sono infinite e sarebbe un grande spreco non investire coscientemente nel futuro.

E tu, reader, che cosa ne pensi? Questa nostra breve analisi ti convince? O ritieni che ci siano elementi che non abbiamo trattato o visioni che non abbiamo considerato? 

Ti consigliamo di recuperare il primo articolo sull’argomento e rimanere sintonizzato per non perderti la parte finale della nostra riflessione sulle relazioni digitali.

Grazie per l’attenzione,

 

Simone Poncini

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